TRAVERSATA 1.0
DALLA PORTA DI CASA, AL MARE… FACENDO IL GIRO LARGO!
Prima parte:
Alta Via in bianco
25/02/2023. Una data che ricorderò a lungo. Il giorno in cui ho effettivamente lasciato tutto per seguire un istinto che per anni mi ha spinto a migrare. Zaino enorme e pesante, sci e scarponi da scialpinismo attaccati fuori, la mia cara macchina fotografica. “Sembri un prete”: mio padre scherza sulle scelte cromatiche del mio equipaggiamento mentre, abbracciato a mia madre, mi saluta dalla soglia. Non tornerò per un po’. Ho pauretta; fa troppo caldo e il tempo è grigio e triste, rende più difficile la partenza.
Per migliorare le cose Elisa, la mia compagna, è con me per i primi giorni: la sua presenza semplifica non di poco il primo allontanamento da casa.
Seguiamo un paio di sentieri percorsi solo da cinghiali e lupi che ci portano sullo spartiacque dell’appennino genovese, alla testata della val Polcevera, per congiungerci all’Alta Via dei Monti Liguri: sul suo tracciato camminerò per i primi giorni, verso le Alpi. Dopo il pranzo del primo giorno, al vento di cresta e alla nebbia si aggiunge la pioggia, moderata ma fedele e persistente; la sera al passo del Faiallo il gestore della Nuvola sul Mare ci permette di cucinare la cena al caldo e ci lascia montare per la prima notte la fida tendina sotto una tettoia. E’ il primo assaggio della meravigliosa esperienza che avrò con l’ospitalità improvvisata lungo il cammino. La mattina dopo il tempo non è migliore se non per alcuni brevi istanti, e al pomeriggio… nevica! Al colle del Giovo l’unico punto ristoro chiuso ci fa disperare, siamo fradici e Elisa (LL) inizia a essere ben stanca delle condizioni (fiocca una fitta neve fradicia) quando dalla bufera spunta Igor, gestore del locale che apre proprio quando stavamo decidendo di proseguire. Anche la sua accoglienza scalda, soprattutto alla sera quando ci concede ospitalità dopo esser stati respinti dal posto tappa locale, gestito da una manica di maneggioni incapaci.
La mattina seguente ci alziamo per trovare 40cm di neve fresca nella quale ci facciamo strada, a volte sprofondando fino alla vita per gli accumuli del vento sullo spartiacque. La situazione è così comica che la prendiamo con allegria, io con gli sci ancora sullo zaino per condividere la traccia con LL. Siamo ormai ben avanti nella tappa e non ha mai smesso di nevicare dal giorno prima; infilo una mano in tasca per prendere il cellulare -devo accordarmi con i miei che stasera verranno a recuperare LL- ma la trovo vuota. Panico, dopo alcuni attimi capiamo che devo aver mancato la tasca mettendolo via dopo una foto… scattata qualche km prima! Nella neve che ha già coperto le nostre tracce torniamo indietro fino al luogo incriminato e con la pala da valanga mi dedico alla ricerca, lunga e infruttuosa. Col morale sotto i piedi riprendiamo la direzione giusta, verso Montenotte Inferiore e poi Superiore: il giro è largo vista la chiusura inaspettata di un sentiero. Si fa scuro e non abbiamo trovato un posto decente dove ripararci, i miei tardano per cercare di recuperarmi un telefono sostitutivo, fa un gran freddo. Elisa ha tenuto tutto il giorno, aiutandomi a non buttarmi giù ma ora è bella cotta; due passanti ci indicano fortunatamente la direzione per il posto tappa del Naso di Gatto. Ci arriviamo ben tardi ma siamo comunque accolti con piacere da Stelvia e famiglia. Siamo letargici ma l’elettrica nipotina ci tiene svegli chiacchierando fino all’arrivo dei miei. Mi rifaccio lo zaino, sistemo il maledetto telefono ed è ora dei saluti. Sarà qui che mi accorgerò davvero di essere partito, con un abbraccio troppo breve nel buio di una notte di neve e vento.
Da qui riparto il giorno seguente, mettendo gli sci ai piedi dopo pochi metri, diretto alla colla di Altare. A Cadibona entro ufficialmente nelle Alpi e un paio di giorni trascorrono in totale solitudine sui sentieri, sci ai piedi lungo le tracce di lupi e caprioli. L’attesa di un amico che non potrà poi raggiungermi per il meteo trasforma un pomeriggio di pausa alla colla di S. Giacomo nella giornata più fredda di tutta la traversata; la tappa successiva si ferma per fortuna fuori dalla porta di un’osteria chiusa… i cui gestori spuntano invitandomi a entrare. Passo qualche ora chiacchierando, scrocco un panino e un caffè e al momento di salutare mi viene proposto di dormire dentro una casa sull’albero -per altro dannatamente signorile-: certe occasioni non vanno sprecate! La mattina successiva il mio amico riesce finalmente a raggiungermi e mi porta pane, cioccolato, frutta e verdura. Qualche passo assieme, un po’ di chiacchiere e proseguo; sono ormai tre giorni che pello su bella neve a quote comprese tra i 500 e i 1000m slm: la Liguria se vuole può cambiare davvero faccia. È dal monte Carmo che rimetto le scarpe e assurdamente troverò ben poca neve sulle Alpi Liguri. L’arrivo al colle di Nava, dopo tre giorni e molta nebbia, una discesa a Garessio per le provviste e le cime dei monti Galero e Armetta , è un momento che percepisco importante.
Qui mi sento davvero alle porte dell’Arco Alpino.
Una giornata di pausa è davvero necessaria, poi con una tappa ben impegnativa me ne vado al rifugio Sanremo di cui mi innamoro e dove passo l’ultima notte di Alta Via: da domani, vado a Nord!
Seconda parte:
Verso il Monviso… con qualche brivido
Lasciata a fatica la stufa del rifugio Sanremo in pochi passi sono sul monte Saccarello. Saluto il mare e i miei monti per lanciarmi a Nord. Oggi mi godo le prime discese propriamente dette su una bella neve primaverile, in totale solitudine lungo la Via del Sale fino al rifugio Don Barbera. A Nava ho comprato parecchie provviste e lo zaino è tutt’altro che leggero. Il versante nord del monte Bertrand mi fa preoccupare per il rischio valanghe e questo è un buon modo di ricordarmi che inizio ad attraversare terreno più tecnico: meglio alzare la guardia!
Dal “DonBa” proseguo la mattina dopo diretto al colle di Tenda, tra velocissime e violente perturbazioni, camosci in corsa folle, saliscendi carsici e neve che più variabile non si può. Sopra le piste di Limone trovo la folla che non avevo ancora incontrato. Una veloce discesa alla base degli impianti per restituire le chiavi del Sanremo, poi su di nuovo al colle con un vento tanto forte che mi impedisce di montar la tenda: dormirò in una delle casermette diroccate del forte, riuscendo a scoppiare il mio materassino con una pietra.
Per quelle che saranno le tappe 14 e 15 le Alpi Marittime hanno sgradevoli sorprese in serbo per me. Entro in Francia diretto al lago dell’Agnel, al rifugio Nizza e ai lacs de Fenètre; a sud la neve è assente fino oltre i 2000m, un vento micidiale soffia ininterrotto sbatacchiandomi lo zaino e la cresta delle cime dell’Agnel oppone così difficoltà che sarebbe troppo stupido affrontare da solo: sfrutto un pendio e la abbandono contornando il lago per salire al colle omonimo, su neve infida che mi mette in allarme. Al di là lo spettacolo mi preoccupa: i pendii del ghiacciaio del Clapier sono difesi da alcune balze di roccia e canalini carichi e apparentemente pronti a svalangare; complice la stanchezza, l’orario non ottimale e il vento insistente non me la sento e decido di cambiare strada scendendo verso S. Giacomo di Entracque. Mi fermo per la notte su un pianoro sicuro, dopo una sciata al cardiopalma tra lastroni sospetti e una crosta fastidiosissima. Una giornata complessa.
Il mattino dopo aspetto che la neve molli appena un po’ per partire perchè mi aspetta un traverso fastidioso e parecchio esposto sul quale, nonostante le precauzioni, una scivolata mi farà rischiare grosso. Da lì in poi torno finalmente a calcare terreno rilassante e decido che le condizioni in Marittime al momento sono inaccettabili per viaggiare in solitaria: mi abbasso di quota e raggiungo Entracque dove dopo un piovosissimo giorno di pausa necessario per far riprendere la testa un po’ scossa continuo il viaggio cambiando strada. Raggiungo Demonte dal colle dell’Arpione, poi una eterna tappa in salita mi conduce al colle Fauniera e al bivacco invernale dell’omonimo rifugio, dopo qualche chiacchiera e una birra offertami dal gestore del Carbonetto incontrato lungo la strada. La notte è fantastica e la stufa di più.
Il giorno successivo scendo in bassa valle Maira con una sciata su neve tracciata e durissima che mi demolisce le gambe e un tratto di asfalto al cardiopalma. Da Ponte Marmora raggiungo San Giovanni d’Elva con una salita ahimè eterna e totalmente priva di neve, conoscendo una entusiasta scialpinista locale di origine tedesca con cui mi fermo a parlare per un po’. Il posto tenda è eccezionale. Per evitare di dover sciare su neve infernale come quella del giorno prima scendendo in val Varaita mi concedo una digressione mattutina ad Elva per visitare il paese e la sua famosa chiesa; scendendo in paese un cane pastore dalle dimensioni di un orso mi si avvicina facendomi preoccupare ma capisco presto le sue intenzioni: sarò il suo gregge, oggi. “Baffo”, ben conosciuto dai locali, sarà la mia scorta avanti e indietro da Elva, su fino al Cugn di Goria su una fantastica neve primaverile e giù per il canale che mi porterà fino a Torrette, nel fondovalle del Varaita. Solo qui, sinceratosi del fatto che io sia giunto in salute, il mio bianco compagno si gira indietro per riprendere la ripida strada di casa. Sicuramente non gli manca l’allenamento per l’estate di lavoro.
Asfalto triste e trafficato, ma breve: eccomi a Casteldelfino, meta di oggi (17 marzo) e della prima tranche di Traversata: 19 tappe, 21 giorni, già tanti avvenimenti.
Da qui dovrò rientrare a casa per la laurea di Elisa, ma vorrei prima far visita al Monviso giusto prima dello scadere dell’inverno. Tristemente, il meteo mi sconsiglia di cimentarmi nell’impresa e mi trovo dunque a rientrare con un giorno di anticipo senza dir niente a nessuno per fare una sorpresa a casa.
A presto, Alpi Cozie, a presto.
Terza parte:
Ecrìns tra attese e solitudine
L’agognata ripartenza tarda: fatico a liberarmi di un’infiammazione al pettorale sinistro causata dallo zaino, rivelatosi non all’altezza del viaggio. Cambiato il sacco e sostituiti gli sci -decisamente esagerati vista la poca neve che copre le Alpi al momento- riesco a ripartire dopo due settimane. Rifaccio a ritroso il complesso viaggio in bus e treno che mi ha portato via dalla val Varaita e il 6 aprile rieccomi dove mi ero fermato, a confrontarmi di nuovo con l’ambiente a cui sento di appartenere. Una breve salita, un bivacco alla luce delle stelle, il mattino seguente mi dirigo verso il Monviso per tentare una nuova sortita. Sulla porta del bivacco Berardo mi fermo a mangiare qualcosa per poi ripartire, ma noto con disappunto le nuvole sospette che si sono materializzate dietro di me. In pochi minuti sta nevicando a tutta forza e continuerà, tra alti e bassi, fino alle 8 del mattino dopo. La salita si rivela nuovamente sconsigliabile e ridiscendo a valle optando, dopo lunga indecisione, per entrare in Francia dal passo di Vallanta. Due alpinisti di Savigliano mi rallegrano con qualche chiacchiera e del cioccolato, poi li saluto e proseguo. Il passo mi mette agitazione -è nevicato con un forte vento- ma si rivelerà innocuo. La discesa e il panorama sul versante francese sono spettacolari e mi ripagano della fatica. Guadagno un’altra birretta aiutando una coppia di gitanti a tirar fuori la macchina dalla neve, poi proseguo su asfalto fino ad Abries. Qui, prima di montare la tenda, mi concedo di cenare felicemente nel ristorante italiano che si presenta molto bene… fino a che non mi viene presentato il conto! Meglio continuare a mangiare cous cous, tortellini e formaggio….
Il col de Lombard, meta della selvatica tappa del giorno dopo, si rivela un calvario emozionale. E’ Pasqua, ma mi sento tutt’altro che felice: questa è sicuramente stata la tappa più difficile dal punto di vista mentale, nonostante la valle meravigliosa ed il meteo eccellenti che la hanno corollata. La solitudine pesa tantissimo, le paure si ingigantiscono e con loro sembra crescere anche il peso dello zaino. Vorrei confrontarmi con la mia compagna, ma il segnale telefonico mi consente di farlo solo brevemente. Solo a sera, lottando con il vento per montare il mio rifugio in un piccolo paradiso, riesco a far pace con me stesso e da qui in poi mi sentirò sempre meglio fino a Trieste.
Passano alcuni giorni: una lunga tappa per Briancon, due di pausa per la pioggia battente, il trasferimento ad Ailefroide forzato a bassa quota dal meteo che continua a non essere collaborativo. Sono alla porta del massiccio degli Ecrins dove si trovano le prime due vette oltre i 4000m dell’arco alpino: la Barre e il Dòme de Neige des Ecrins. Un consulto con le guide locali a Vallouise e una telefonata al refùge des Ecrins mi fanno purtroppo capire che ci sarà da aspettare: al momento la salita è pericolosa ed è in arrivo una seconda perturbazione. Dopo due notti ad Ailefroide, dove il campeggio è vietato ma tutto è rigorosamente chiusissimo, mi sposto più vicino al mio obiettivo a Prè de Madame Carle, punto d’accesso preferenziale al cuore del massiccio. Continuo a consultarmi con i soci a casa che vorrebbero raggiungermi per la salita, ma capisco presto che nessuno si sobbarcherà il viaggio eterno con l’incertezza del meteo e delle condizioni valanghive che variano drasticamente da un giorno all’altro; sfruttando le rare finestre di bel tempo mi spingo due volte sul Glacier Blanc e una sul Noir per ricognizione puntando alla salita in solitaria.
In una notte di nebbia uno scrollone improvviso alla tenda mi fa sobbalzare spaventato: alla luce della frontale, ancora assonnato, ci metto parecchio tempo a notare l’assenza del mio zaino, lasciato incautamente tra i due teli della tenda. Salto fuori appena in tempo per vedere il muso di una volpe e il mio zaino -grande circa il doppio di lei- sparire dietro un masso. Le corro dietro e la metto in fuga, ma la dannata è già riuscita a sottrarre il sacco del cibo. Mi infilo gli scarponi e le corro dietro imprecando e bombardandola con palle di neve e pietre in un ridicolo inseguimento. Recupererò il sacco ma solo per portarlo nella spazzatura il giorno dopo con tutto il suo contenuto: è sbavato e lacerato in ogni dove. Nei 12 giorni totali di attesa la cara volpe si farà rivedere spesso causandomi del bel nervosismo e costringendomi ad appendere il cibo ad un albero per potermi allontanare dalla tenda.
E’ infine il 27 di aprile quando mi riesce di sfruttare una finestra -piuttosto stretta- per salire Barre e Dòme e sciare la loro parete Nord. Affronto la salita in giornata da Prè, prima lungo il sentiero, i primi canali e i pendii nevosi che ormai conosco, poi sul lungo e pianeggiante Glacier Blanc; il vento è teso ma ha cambiato direzione da un paio di giorni e per fortuna come avevo supposto la parte rischiosa della salita presenta un solo punto “valangoso”, che riesco ad evitare. In totale solitudine tocco la facile cima del Dòme, poi una cordata di francesi spunta alla Brechè dal canale sud. Con un traverso mi riporto sotto la parete sommitale della Barre, che avrei puntato a salire per la via Coolidge. Vista la stagione secca e fredda e il forte vento che soffia da giorni la parete è però molto poco innevata con l’eccezione di una sottilissima goulotte, quasi continua, che obliqua a sinistra uscendo poco sotto la vetta sulla cresta est. Opto per questa via, nel nome dell’improvvisazione; fatti pochi passi nella neve soffice che copre la terminale un improvviso “WUFF” mi sorprende e mi sento cadere. Il “tappo” di neve ventata ha ceduto, e mi trovo in piedi nel crepaccio obliquo, illeso e spaventato con la neve anche nelle mutande. Ne esco, tranquillizzo i francesi che hanno assistito e riparto, un po’ meno deciso di prima; con un bel lavoro di picche e polpacci raggiungo la cima lungo la goulotte che si rivela piuttosto ostica perchè secca e inconsistente. La vetta è una gioia, il panorama è assoluto: si vedono tutti i 4000 della val d’Aosta e sembra che intorno agli Ecrins ci siano solo vette innevate. La discesa è impegnativa: la roccia marcia e l’assenza di ghiaccio limitano le possibilità per imbastire una calata per cui finirò con il disarrampicare tutta la goulotte, tenendo le chiappe un po’ strette. Metto gli sci ai piedi e giù, per la parete glaciale facendo lo slalom tra i seracchi; le condizioni sembravano peggiori, e i francesi hanno tracciato la discesa prima di me: molto bene! Sul Glacier Blanc mi lascio andare ad un piccolo ululato di gioia, poi affronto euforico la discesa a valle fino a che non termina la neve. Da lì in poi tornare alla tenda sarà faticoso, ma so che è fatta e finalmente domani potrò riprendere il viaggio. Il meteo sta cambiando di nuovo e mi rendo conto di aver sfruttato l’unica possibilità prima della seguente perturbazione. Sono raggiante, e con 2300m di dislivello positivo e quasi 30km di tappa ho avviato entusiasticamente la parte alpinistica del Progetto.
Quarta parte:
Verso il Bianco
Salutata la volpe e il cuore degli Ecrins riparto per la val di Susa e Bardonecchia, dove il 1° maggio non potrò mancare ad un appuntamento. Una prima tappa mi porta, sciando per fortuna più di quel che mi sarei aspettato, a Monetier-Les-Bains. Qui arrivo che i negozi sono chiusi e ho necessità di fare provviste, per cui sono costretto ad attendarmi intorno al paese. È pieno di villette residenziali chiuse, tristi e vuote. Minaccia di piovere, così mi metto sotto la tettoia di una delle più dimesse. Sto per addormentarmi nel sacco a pelo quando un rumore mi sveglia e già ho capito cosa succede: una macchina sta entrando nel cortile. Bestemmiando tra me faccio su la roba e spostandomi in fretta poco più in su, appena fuori dal giardino; non abbastanza veloce però da non essere notato dal cane dei sopraggiunti padroni di casa, maledetto botolo ringhioso che mi fa scoprire. Accendo la frontale e mi faccio vedere per non sembrare losco, mi spiego e per fortuna nessuno fa storie. Mentre inizia a diluviare dannatamente monto la tenda in una piazzola pietrosa grande si e no la metà del necessario. Buonanotte.
Fatte le provviste necessarie e una colazione robusta per sopperire all’agitazione della sera la mia tappa con un gran caldo mi conduce al col de Bùffere per un bellissimo e spinoso pendio sud privo di neve. Raccolgo erbe selvatiche per condire i tortelli della cena. Al colle inizia ahimè a piovere e sciare fino al rifugio è una sofferenza: la pendenza è quasi nulla, il manto nevoso sfonda fino a terra in molti punti e i prati sotto la neve sono intrisi d’acqua. Il refuge de Bùffere è chiuso e non ha un locale invernale, ma una provvidenziale cappelletta dedicata a S. Ignazio mi salva dallo scrollone di pioggia in arrivo e mi ospita per la notte. Piove anche il giorno dopo, ininterrottamente da mattina a sera; avendo gli sci in spalla non posso usare la copertura impermeabile, comunque resa un colabrodo dall’assalto della volpe a Prè de Madame Carle, e il contenuto del mio zaino si bagna inesorabilmente. Io seguo pian piano lo stesso destino. “Tout est Fermè” recito tra me attraversando Nevache e i suoi paesini satellite, dove sembra che la gente sia scappata via in massa: non vedo nessuno in giro, nemmeno un bar è aperto, i negozi figuriamoci. Solo una coppia di pazzi come me, che incrocio a piedi sotto il diluvio sull’altro lato della strada, anima il mortorio. Risalgo al colle della Scala per rientrare in Italia e fatta una pausa riecco i due camminatori che salgono anche loro. Un vecchio che rischia di investirci sulla strada in teoria chiusa alla circolazione ci dà la scusa per attaccare discorso; scopro che sono italiani, marito e moglie, che visto il meteo hanno abbandonato l’escursione per tornare al loro bungalow al campeggio di Valle Stretta. Sono carinissimi e dopo avere un po’ parlato mi invitano a fermarmi a pranzo. È piuttosto presto e tanto Bardonecchia, dove devo fermarmi, è vicina: non mi faccio sfuggire l’occasione. Chiacchierare piacevolmente all’asciutto e accanto al termosifone ha il meraviglioso effetto di scaldare dentro e fuori, così che riparto di ottimo umore nonostante la pioggia mi accompagni ancora per qualche chilometro. Trovo un buco nascosto dove montare la tenda, lascio tutto lì e vado a spasso per Bardo per procacciarmi una cioccolata calda e un tavolino dove scrivere il diario.
Il giorno dopo sono raggiunto dai miei genitori, la mia compagna e due cugini della val di Susa con cui passo una mezza giornata di meravigliosa compagnia, dopo settimane di solitudine. Reintegrato il buon umore (e le calorie), a sera ci salutiamo e riprendo la strada per accorciare la tappa del giorno dopo, che sarà pesante. A Issard, piccola frazione sotto Rochemolles, dalla porta di una tavernetta escono tre uomini a fumare mentre sto bevendo alla fontana: ci salutiamo e mi chiedono cosa faccio con tanto zaino in spalla e dove vado. Sono stupiti e divertiti, mi invitano a montare la tenda nel loro giardino e passare la serata con assieme. Dentro ci sono altri loro amici, in una specie di loggia massonica di ex maestri di sci, intenti a far baldoria. La padrona di casa mi offre la cena e tiriamo tardi mentre loro cantano a squarciagola. Sono tutte esperienze queste, frutto della casualità più assoluta e favorite dal lungo sviluppo del viaggio, che hanno un qualcosa di magico.
Il giorno successivo, ancora sorridendo per tutta la giornata passata, salgo al bivacco Sigot, splendida finestra sulla Valsusa ad oltre 3000m di quota. Sarà una tappa distruttiva per le mie povere gambe, ma di una bellezza indimenticabile. Seguo la val Fredda dal fondo alla cima, con un rischio valanghe 3 dato dalle forti precipitazioni degli scorsi giorni ma riuscendo senza problemi a seguire una strada sicura. La neve è profonda, con uno strato variabile di fresca su una crosta sfondosa che mi fa andar giù parecchio e in modo diverso ad ogni passo. L’arrivo al bivacco è una liberazione, ma salendo ho scattato delle foto meravigliose.
Dal Sigot tornerò in Francia per un paio di tappe, giù dal ghiacciaio del Sommeiller nella nascosta val d’Ambin, poi su al Piccolo Moncenisio (dove la neve bagnata e sfondosa si rivelerà un inferno), giù di nuovo fino a Lanslebourg; con un eterno tratto di asfalto e sterrate mi porterò infine a Bonneval-sur-Arc.
Il rientro in Italia stavolta sarà emozionante: da l’Ecot, sopra Bonneval, salgo ai ghiacciai delle Sources de l’Arc, sovrastati dalle Levanne che sul lato francese fanno meno impressione. Contavo di metterci relativamente poco ma la stanchezza accumulata mi taglia le gambe e procedo un po’ troppo lento. Un lieve vento freddo mi aiuta mantenendo la neve ben compatta. Il mio obiettivo è il Colle Perduto, tra Levannetta e Levanna Orientale, da cui torno in patria sciando l’omonimo canale, vero gioiello delle Alpi. Tra l’orario un po’ troppo tardo, gli sci molto leggeri e lo zaino massiccio non lo scenderò certo nel miglior stile, ma faccio le mie curve d’in cima in fondo e quando tolgo gli sci sono più che euforico. Raggiungo Ceresole, monto la tenda vicino alla diga vista la chiusura dei campeggi e vado lesto in cerca di provviste.
La sera dopo mio cugino Ale, messi da parte tutti gli impegni, mi aspetterà a Pont Valsavarenche per sciare il Gran Paradiso quindi non posso certo permettermi una pausa. Delle due possibilità per scavallare in Val d’Aosta scelgo la più sicura, anche se eternamente lunga, passando per il colle del Nivolet. Al termine di una tappa infinita, lasciato il materiale superfluo a Pont, raggiungo mio cugino al rifugio Vittorio Emanuele dopo le 8 di sera. Ho sono portato il materiale da bivacco ma il gestore chiacchierando con Ale ha saputo del progetto e al mio arrivo mi offre un posto per dormire. L’offerta è troppo gentile e la accetto volentieri anche se -a ragione- temo il caldo dei rifugi di notte non essendoci abituato.
Come di consueto sul “GranPa” tutto fila liscio il giorno dopo, Ale ha messo le mani avanti dicendo di non essere allenato ma con passo lento e costante recuperiamo sotto la cima tutti i corridori che ci hanno superato. Mi gusto il passaggio esposto che porta sulla cima Nord, poi raggiungo Ale alla Madonnina. Foto di rito e torniamo agli sci. La neve è variabile e spesso crostosa, non il massimo, la visibilità è poca; nonostante ciò facciamo la nostra bella discesa e torniamo a Pont. Qui ci salutiamo e io decido che domani sarà riposo, ne ho davvero bisogno.
Quando riparto mi dirigo a Rhemes, per il vallone di Meyes e le cime di Entrelor tra stambecchi e vipere svegliatesi un po’ troppo presto. Da lì punterei alla Valgrisenche, al Rutor e da lì a La Thuile ma il meteo gira per il peggio per alcuni giorni e l’ultimo tratto di traversata prima del Bianco trascorre su sentieri e sterrate di fondovalle, passando per Introd, Morgex e Courmayeur.
È la sera dell’11 maggio, arrivo all’imbocco della val Ferret, a Chapy, piccolo alpeggio da cui salgono i sentieri per punta Helbronner: la mia meta.
La traversata scialpinistica delle Alpi Occidentali è conclusa. Mi concedo tre giorni di riposo con Elisa che mi raggiunge qui, poi inizierà il difficile: ma non quello che mi sarei aspettato.